Nella giornata di ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto legge “Salva Italia” varato dal nuovo governo Monti per risanare il bilancio statale. L’ammontare dell’intera manovra si aggira sui 30 miliardi e all’interno ci sono pochi tagli ai costi della politica e tantissime nuove tasse che colpiranno soprattutto le fasce più deboli della popolazione.

Procediamo con ordine:

  • aumento delle accise su benzina, gasolio, Gpl e Metano per finanziare il trasporto pubblico locale. La cifra complessiva è di 4,8 miliardi di Euro più Iva al 21%;
  • nuova tassa sulla prima casa chiamata IMU per una percentuale secca dello 0,4 per mille e dello 0,7 per mille su seconda e terza casa. Qua i dati non so fornirli perché nella stessa manovra sono state aumentate le rendite catastali;
  • tagli a consigli provinciali, Autorithy (avranno ora 28 consiglieri e non più 50), accorpamento di fondi prevvidenziali statali (esempio Indap) all’interno dell’Inps, tagli a Regioni per 2,5 miliardi

Questa è solo una parte, c’è poi il capitolo pensioni che non voglio nemmeno commentare perché lo trovo scandaloso: com’è possibile dare la rivalutazione in base all’inflazione? Quanto perderanno quei poveri anziani sul proprio potere d’acquisto? Mah, forse non lo sa nemmeno chi questa manovra l’ha fatta perché percepisce in media 20.000 € al mese…

Veniamo peò al succo del discorso perché il mio post non è incentrato sulla manovra, ma sulla situazione generale di un Paese che è pieno di difficoltà. Monti nel bene e nel male è stato costretto a fare una manovra di queste dimensioni perché tutti i governi (di destra e di sinistra) in Italia non hanno mai guardato al futuro del Paese, ma anzi hanno sempre guardato i sondaggi per vedere a quanti punti erano rispetto ai propri concorrenti.

Pensioni a 16 anni 6 mesi e 1 giorno, assegni prevvidenziali dati un po’ così per sentito dire, triplicazione dei posti statali, clientalismo diffuso, corruzione e interesse personale hanno dominato la scena italiana per più di 30 anni e ora putroppo noi innocenti ne paghiamo le conseguenze. Perché ci mandano in pensione a 43 anni? Perché ci sono tanti italiani che la pensione l’hanno presa con poco più di 15 anni di lavoro, non è scandaloso?

Agli italiani è stato richiesto un sacrificio enorme: ripagare il debito pubblico. Dal mio punto di vista gli italiani sarebbero ben felici di fare questo però è ora di darci un tagli di fare cassa sempre su impiegati, pensionati e lavoratori dipendenti che negli ultimi 10 anni hanno perso il 20% del potere d’acquisto. Cominciamo a tagliare drasticamente le tasse sul lavoro per favorire la crescita e l’occupazione giovanile (30% di disoccupazione), spostiamo la tassazione alle rendite finanziare con una tassazione del 50%.

Impegnamoci come cittadini a far pagare le tasse a tutti coloro che le evadono e soprattutto si impegni lo Stato a lottare contro questa piaga che distrugge il sistema e si abbatte sulle fasce più deboli della popolazione che per avere cure mediche devono pagare ticket sempre più alti. Il vero problema è che dal mio punto di vista non siamo un popolo unito e ognuno tira l’acqua al suo mulino perché si pensa sempre al proprio orticello senza pensare al domani, ai figli e ai nipoti. Napolitano, che comunque considero una persona intelligente, lancia sempre appelli per l’unità nazionale, ma per me questo popolo è unito solo quando gioca la nazionale di calcio o quando accadono disgrazie come quella de L’Aquila.

Un altro problema principale riguarda lo sviluppo, come si può creare sviluppo se aumenti la tassazione diretta e indiretta? Lo Stato deve impegnarsi a fare il primo passo rinunciando a qualcosa. Se ad esempio i camion fossero esenti dal pedaggio autostradale i prezzi sarebbero uguali nei supermercati? Se anziché fare opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto o il Mose a Venezia investiamo quella cifra nelle strade già esistenti non sarebbe meglio? L’aumento dei carburanti e dell’Iva che dal 1 ottobre 2012 sarà del 23% sull’ordinaria e del 12% sull’agevolata non produrrà un calo drastico dei consumi? Non aumenterà l’inflazione? E se quest’ultima aumenta gli statali come faranno?

Insomma, o imbocchiamo la via della crescita economica in fretta o finiremo come l’Argentina, non ci sono balle che tengono. Per ora mi fermo perché è vero che mi piace scrivere ma quando si parla di politica e dell’Italia mi sale il nervoso.

Sento parlare politici di sinistra, centro e destra  super esperti su tutti i temi sociali, dalle alluvioni alla crescita economica, dal welfare all’energia nucleare fino a toccare la libertà di abortire. In mezzo a questa confusione in cui solo gli esperti dovrebbero parlare c’è un Ministro della Repubblica di nome Maurizio Sacconi che si permette addirittura di “indirizzare” i giovani verso corsi di laurea.

Sacconi e Vespa sono due personaggi pubblici che hanno attaccato più di una volta in mio corso di laurea (Scienze della Comunicazione) dicendo che è inutile. Non mi va di ribattere a parole, preferisco farlo con i fatti portando qualche esempio che fa capire che la comunicazione non è una cosa ridicola, ma che anzi cambia la società. Il loro attacco è forse mosso dal fatto che coloro che studiano queste cose siano in grado di rifiutare un messaggio televisivo? Hanno forse paura che ci sia troppa gente pronta a ribellarsi di fronte a certi messaggi ribaltando la comunicazione con strumenti innovativi che nemmeno conoscono?

Va bene, mi fermo qua, non voglio perdere tempo a rispondere a questi due personaggi pubblici. Incomincio a parlarvi di Facebook, nato quasi per scherzo nel 2004 e oggi vale più di 16 miliardi di dollari, potrei continuarvi a parlare di Skype, Ebay, Amazon, Android, Apple e molte altre compagnie ma preferisco fermarmi. Quello che in molti non hanno capito è questo: non conta quello che studi, quello che conta sono le idee che porti avanti perché con Internet tutto è possibile, per chiunque.

Steve Jobs non era nemmeno laureato eppure con la sua grande visione e con la sua mania per l’estetica ha creato la maggior società mondiale che oggi vale più di 338 miliardi di dollari. Sacconi, cosa mi direbbe se gli parlassi di Steve Jobs? Secondo voi lo conosce? Sa cos’è un iPad? Sa cos’è un iPhone? Chi lo sa, non mi risponderà mai.

Wikinomics” e “La fabbrica delle idee” sono due libri molti importanti che fanno capire che il mondo è cambiato, non c’è più un economia di produzione in cui una persona per avviarsi deve obbligatoriamente accedere a un prestito presso una banca. Internet da degli strumenti straordinari, è quasi gratuito e mette le teste al centro dell’economia perché colui che ha l’idea migliore vince come nel caso di Apple, ma anche di Procter & Gamble, Boing, BMW e così via. Non serve essere ingegneri nucleari per creare prodotti, basta avvalersi di buoni collaboratori.

I nostri politici stanno ancora qui a parlare di ricerca, innovazione, ma sono completamente fuori dal mondo e non lo dico così per dire, anzi ti invito a guardare Innocentive. Cos’è? E’ un sito in cui le grandi multinazionali chiedono soluzioni alla comunità virtuale e colui che la offre ha una ricompensa economica che va dai 5000 ai 15000 dollari. Zero costo per il reparto interno della R&S, maggiore qualità perché si attinge a un bacino più ampio di cervelloni.

Penso di averti dato alcuni spunti, ora collegati ad Amazon e comprati quei due libri sopra citati, non te ne pentirai.

Il termine condono è un termine che negli ultimi mesi, o meglio negli ultimi 30 anni, abbiamo sentito spesso su giornali, televisioni e nei salotti politici e si riferisce a un insieme di leggi che il governo in carica emana per annullare o ridurre il contenzioso tra Stato e cittadino.

In Italia abbiamo sempre usato due tipi di condono: edilizio e fiscale, ma esistono anche quello tributario (scudo fiscale) e quello previdenziale. Il governo in carica è davvero esperto in materia poiché nel 2010 ha fatto uno “scudo fiscale ” facendo riportare i capitali in Italia con una tassazione ridicola del 5% garantendo l’anonimato ed attualmente si sta discutendo un ulteriore pacchetto di condoni, in primis quello edilizio. Se da una parte i condoni fanno fare cassa allo Stato, quale danni produce dall’altra?

Entriamo nel dettaglio: se un cittadino paga le tasse regolarmente non ha assolutamente bisogno del condono poiché questo è usato da coloro che le tasse le evadono. Per quale motivo dobbiamo scontare il pagamento delle tasse a colui che le evade? Quello che regolarmente le paga come si sentirà? Perché in Italia la tassazione del condono fiscale è così bassa quando negli altri paesi Europei è molto più alta?

Ancora esempi: un cittadino fa 30 anni di sacrifici per comprarsi il terreno, costruisce secondo i criteri di legge, paga tutte le tasse fino all’ultimo centesino mentre magari il suo vicino di casa in una notte fa le fondamenta e appena esce il condono edilizio regolarizza quell’abitazione costruita abusivamente. Secondo voi è giusto che uno paghi circa 70.000 € di tasse mentre l’altro ne paga poco più di 30.000? Secondo voi quella casa rispetterà tutti i criteri richiesti? Quali danni produce una casa costruita abusivamente?

Provate voi a rispondere alle domande che vi ho posto qualche riga più su. Non sarà di sicuro certo del condono il disastro accaduto in Liguria e in Toscana, ma con un controllo serrato sulle costruzioni e sull’urbanistica certi danni si possono limitare. Se lo Stato condona abitazioni costruite in aree pericolose che deturpano l’ambiente, limitano la stabilità del terreno e provocani danni difficilmente calcolabili. Sarno, L’Aquila, La Spezia… in ogni parte d’Italia c’è un pezzettino di condono che appena viene a piovere frana, si allaga e così via.

Da italiano penso che sia ora di cambiare passo, bisogna guardare in un’altra ottica il problema: costruisci abusivamente? Basta col gioco del condono, ti confisco la casa e la assegno alle famiglie bisognose che sono in lista d’attesa per una casa popolare. In Italia il problema dell’edilizia pubblica è grave rispetto alla Francia ad esempio dove ogni anno lo Stato ha un piano di costruzione di edilizia popolare. La mia è una provocazione? Si vuole mantenere il condono? Ok, si può mantenere, ma la tassazione non deve assolutamente essere irrisoria ma dev’essere superiore a quella pagata dal cittadino che ha costruito secondo i criteri normativi sennò si incentiva la costruzione edile abusiva.

Sul condono fiscale non mi esprimo, è meglio così.

Immagine presa da http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing. Created by Sam Johnston

Il post potrebbe sembrare un po’ pessimistico, ma non lo è perché non si parla di economia bensì di nuove tecnologie che stanno cambiando e cambieranno la società in cui viviamo.

Apple si è accorta da anni che ormai non è più necessario avere un hardware potente per accedere ai servizi, è necessario essere collegati alla rete per accedere a documenti, condividere file e salvare canzoni su un hard disk situato in Cina. Con il lancio dell’Iphone 4S (lo ritengo molto al di sotto della concorrenza) ha messo sul mercato anche l’ultima versione del suo iOs giunto alla versione 5 che permette una sincronizzazione tra iPhone, iPad e Mac. Il servizio si chiama iCloud, non è innovativo del settore perché aziende come Microsoft offrono già questo servizio da anni, ma è rivoluzionario perché è automatico e facilissimo da usare, insomma, è il classico servizio della mela.

Con questo servizio straordinario non è più necessario salvare le canzoni su un computer per poi passarle a un lettore mp3, tutti i file sono condivisi per tutti i prodotti Apple. Questo cosa vuol dire? Addio a CD, DVD, Hard Disk da miliardi di byte e penne usb… ormai l’importante è avere un accesso alla rete.

Google che reputo ancor più innovativa di Apple nel settore dei servizi è avanti anni luce. Il servizio migliore che offre è quello del calendario condiviso che permette a più utenti di avere un’agenda condivisa su cui segnare i propri appuntamenti e guardare quelli dei colleghi. Quante aziende italiane usano Calendar di Google? In quante la conoscono? Provate a pensare a un’azienda che vende prodotti per la casa, credete che usino Calendar oppure usino ancora le tradizionali agende di carta che una volta ti dimentichi sulla macchina e l’altra volta te la scordi in ufficio?

Google Docs è ancora meglio perché permette di fare documenti scritti, fogli di calcolo, presentazioni e condividere documenti in PDF. Questo servizio ha svegliato mamma Microsft che per continuare a essere la leader indiscussa di questo settore ha dovuto offrire un servizio simile ai propri utenti. Docs è molto usata perché permette di lavorare in remoto senza salvare niente sul proprio computer e permette di condividere quel documento con tutte le persone che vogliamo.

L’azienda di Mountain View (Google Inc.) ha lanciato circa un anno fa il primo personal computer che non ha un sistema operativo e che funziona solamente se collegato alla rete. Tutti i servizi sono sulla rete e l’oggetto fisico è composto solo da Ram, Cpu, Processore e un piccolissimo Hard Disk. BigG si è lanciata in un progetto davvero innovativo e forse futuristico, ma il futuro è quello lì e non è un caso se Apple ha lanciato i tablet quando gli altri puntavano solo sulla potenza di calcolo dei computer.

Oggi non è più necessario avere un super computer, è abbastanza avere uno smartphone connesso alla rete per fare il 90% delle funzioni che fanno i personal computer. Google e Apple l’hanno capito almeno 5-6 anni prima degli altri e ne stanno traendo profitti.

Queste idee ti sembrano fuori tema se raffrontate alla politica? Ti sbagli, pensa a una pubblica amministrazione che usi questi strumenti, pensa a imprese che usino questi strumenti e prova a calcolare i vantaggi e i risparmi. Peccato che qui in Italia manchi la cultura dell’informatica, siamo tra i principali utilizzatori di tecnologia senza capacità di inventiva.

Questo termine inglese che significa “divario digitale” è ormai entrato nel linguaggio comune dell’intera popolazione ed è senz’ombra di dubbio una delle sfide che l’Italia deve vincere per rincorrere la crescita economica.

L’ambito di ricerca di questa grave problematica coinvolge svariate materie che passano dalla sociologia alla psicologia, dalla tecnologia all’economia e quindi non è un problema facile da arginare perché servirebbe un impegno comune da parte di governo, imprese, pubblica amministrazione e ovviamente cittadini.

Il digital divide si può raggruppare sotto tre gruppi: culturale, economico e infrastrutturale.

Il divario culturale è senz’ombra di dubbio l’elemento fondamentale che separa le persone dalla rete perché entrano in gioco peculiarità e comportamenti psicologici difficilmente spiegabili. Gli italiani ad esempio sono avversi alle nuove tecnologie e preferiscono un mezzo di comunicazione come la televisione perché è più facile da usare, perché ti prepara un informazione costruita e perché la sua comprensione è universale. Internet invece è letteralmente l’opposto, per usarlo occorre una preparazione tecnica all’utilizzo del computer, ti costringe a costruirti l’informazione per via della sua vastità e non è universalmente comprensibile perché bisogna prima di tutto saper leggere e scrivere per navigare sul web.Il divario culturale non è considerato, ma se si vuole ampliare l’utilizzo della rete è necessario investire sulle risorse umane partendo dall’aiuto generazionale tra giovani che devono insegnare l’utilizzo agli anziani.

Il divario economico teorizzato da molti sociologi della comunicazione ormai è passato perché i costi per l’accesso al web sono profondamente scesi e ormai sono accessibili ovunque. A partire dagli anni 2000 si è poi sviluppata una rete di accesso pubblico grazie all’impegno delle pubbliche amministrazioni che garantiscono un accesso gratuito ai residenti. La critica sociologica venne mossa a partire dagli anni 90 quando un computer costava parecchio, probabilmente con la diffusione tecnologica attuale questa critica non verrebbe mossa perché ad esempio con 100 € è possibile acquistare uno smartphone che permette l’accesso al web tramite connessione 3G o Wi Fi. Il divario economico si è notevolmente ridotto anche se persiste e negli ultimi anni per colpa della crisi economica si è ampliato.

Il divario infrastrutturale è ampio, enorme e forse troppo vasto perché racchiude l’infrastruttura di rete, la burocrazia e le tecnologie. La politica qua dovrebbe investire ingenti risorse per cercare di portare la banda larga in quei posti non ancora coperti dal segnale, oppure costruire reti “WiMax” che consentano agli abitanti di accedere alla banda larga con le onde radio come ad esempio avviene in Trentino Alto Adige. La burocrazia è il vero freno per la diffusione della rete perché se è vero che questo governo ha cambiato la famosa Legge Pisanu che impediva l’accesso alle reti wifi senza identificazione, non ha ancora predisposto i decreti attuativi che facciano chiarezza in materia e tuttora un bar non può offrire una connessione gratis tramite Wi Fi se non ha il permesso della Questura e di altri organi di sicurezza. In questo campo l’Italia ha tantissimi gap da colmare se la paragoniamo a paesi evoluti come gli USA dove il Wi Fi è anche nei bagni. Un po’ di gap è stato ridotto grazie agli sforzi di imprese che grazie alla tecnologia CDMA consente a molte persone di connettersi al web grazie alla rete telefonica mobile: Vodafone ad esempio ha un proprio programma per ridurre questo deficit e in alcuni luoghi la rete c’è solo grazie all’intervento dell’operatore britannico.

Le nuove tecnologie colmeranno il gap ed è facile pensarlo grazie all’adozione dello standard 4G appena messo all’asta che consentirà connessioni in mobilità fino a 100 Mbit/s o grazie a nuovi dispositivi user frindly che faciliteranno l’esperienza di navigazione (navigare su Ipad ad esempio è elementare). Il passo più importante però deve farlo la politica con stanziamenti di denaro, con semplificazione normativa e con programmi di educazione presso comuni in cui si insegni l’utilizzo del computer.

La sfida è davvero molto interessante e fondamentale per abbracciare la crescita che questo settore sta portando all’intera economia mondiale, peccato che l’attuale governo in carica abbia preferito stanziare 800 milioni di Euro alle televisioni piuttosto che alla rete telefonica.

Forse è arrivata l’ora di crescere

Posted: 26 settembre 2011 in Personale

Il titolo del post è semplice da capire, ci vuole una svolta per il mio blog e quindi ho deciso di comprare un dominio e di cancellare per sempre l’URL wordpress.com.

Il blog si trasferisce all’indirizzo http://www.lucamalvolti.com perché è più facile da ricordare e perché voglio essere più autonomo nella scrittura dei post, non mi piaceva più essere legato a WordPress, così ho deciso di fare un sito-blog col mio nome.

Il nuovo sito è collegato al vecchio con un indirizzamento automatico, magari è un po’ più lento ma nel breve-medio periodo sistemerò anche la velocità di caricamento della pagina. Ti annuncio anche che a breve cambierò l’interfaccia grafica del sito per renderla più snella e intuitiva rispetto a questa che è standard e troppo diffusa.

La cosa principale però sarà quella della scrittura, infatti cercherò di produrre ogni giorno un nuovo contenuto, sarà difficile perché il mio blog è un po’ strano e non parla di cose generale come gli altri, ed è anche per questo che ho deciso di collaborare con due “testate”:

Politics & Policy e IlGlocale

Mi trovo bene con entrambi perché hanno il mio stesso modo di scrivere, la stessa linea di pensiero (più o meno) e la stessa serietà che per me è una caratteristica fondamentale. Ti invito a darci un’occhiata perché sono veramente belli e trattano cose interessanti perché ci sono autori davvero in gamba.

 

Il titolo di questo post è emblematico e l’ho pensato sfogliando informazioni sui giovani e l’istruzione che in questo Paese è davvero pessima, così per capire meglio il fenomeno ho incominciato a raccogliere documenti e dati sui siti dell’ Istat e del Miur. Sembrerà una coincidenza ma è una ricerca che ha condotto anche Coop Consumatori Nordest che nel volantino di questo mese parla appunto di questa cosa.

L’argomento mi ha portato via più di due mesi, però mi ha fatto riflettere: ci sono pochissimi laureati italiani rispetto agli altri paesi europei (Italia 19%, Europa 30-31%), le nostre università pubbliche sono più care e se pensiamo che in Svezia l’università è completamente gratuita non c’è certo da star sereni. Fermo subito chi vorrebbe criticarmi dicendomi che la Svezia è un paese a sé con uno stato sociale formidabile, perché anche in Francia e in Germania le rette universitarie sono più basse delle nostre (rispettivamente 500 € alla Sorbona di Parigi, 200 € alla Freie Universitat di Berlino e 1000 € in media per quelle italiane).

Sul sito dell’Istat la cosa che più mi ha colpito è quella della scelta universitaria dei giovani diplomati italiani, il dato è imbarazzante, non supera il 35%. Cosa vuol dire? Che solo un giovane su tre si iscriverà all’università. Negli altri stati? In Canada ad esempio sono il 70%.

Insomma, l’università italiana puoi guardarla dal punto di vista che vuoi ma è marcia, cade a pezzi perché non fa ricerca, perché non ha criteri di merito, perché è cara in base a quello che offre, perché non è internazionalizzata (pochissimi sono gli studenti stranieri che scelgono il Belpaese per studiare e pochissimi solo gli studenti italiani che scelgono di fare l’Erasmus). L’unica cosa che funziona e che mi rende orgoglioso dell’università italiana è la bravura dei professori che preparano nel migliore dei modi gli studenti. La didattica italiana è davvero straordinaria e questo dato è facilmente constatabile dall’altissimo numeri di ricercatori italiani sparsi per il mondo. Proprio oggi infatti al Cern uno scienziato italiano ha scoperto che i neutrini viaggiano più veloce della luce.

Insomma, l’intelligenza non ci manca, peccato poi che i cervelloni debbano andare via da questo Paese dato che non trovano assolutamente niente per fare ricerca. Negli altri stati ad esempio (Germania, Usa, Giappone, Canada, Cina, ecc…) sono i grandi gruppi industriali che finanziano la ricerca, il nostro modello economico fatto di piccole e medie imprese non riesce a finanziare in modo adeguato la ricerca e quindi questa spesa deve essere a carico dello Stato che come sapete non se la passa molto bene finanziariamente parlando.

Altro grande problema è lo sfruttamento duraturo del post laurea, infatti il sito Istat mostra chiaramente che un diplomato guadagna circa 150 € in più rispetto a un laureato al quale non è riconosciuto il titolo accademico. La specializzazione in questo Paese non paga ed è uno scandalo perché questa nazione dovrebbe ripartire dal merito, è ora di dare una svolta forte.

Il problema dell’università italiana è un problema strutturale, c’è troppa differenza tra il Nord e il Sud, non ci sono criteri di accesso, non c’è futuro nel mondo della ricerca e c’è un futuro precario se si è talmente bravi da fare i professori universitari. Una cosa che molti non hanno ancora visto o fanno finta di non vedere è il forte intreccio università-politica che permette ai partiti di controllare rettori, docenti e così via. La politica deve uscire dall’università e questa straordinaria istituzione deve essere governata da docenti straordinari senza tessere di partito.

La soluzione al problema non è facile, ma bisogna impegnarsi a cambiare perché il futuro di questo Paese nasce proprio dentro le università che sforneranno la prossima classe dirigente. L’università è una cosa che appartiene a tutti, indipendentemente dalla condizione sociale, dal pensiero politico, dalle diverse visioni… l’università è un patrimonio.

Prima di concludere, il sito dell’Istat è molto complesso, non ti sto neanche a dire dove ho trovato i dati perché è veramente molto complesso trovarli, bisogna intrecciare ricerche su popolazione, economia e istruzione, ma da quel che so nei prossimi giorni usciranno dati ufficiali del Miur che descriveranno bene il fenomeno in questione.